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Roma, città aperta alle mafie‘Ndrangheta e camorra investono in immobili, commercio e traffico di droga PAGINA A CURA DIRoberto Galullo Quando "er principe de Centocelle", Umbertino, al secolo Umberto Morzilli, il 29 febbraio è stato freddato in Piazza delle Camelie a Roma con quattro colpi di pistola, pochi nella capitale si sono resi subito conto che quell’omicidio aveva un stampo a fuoco: mafia.Morzilli, ucciso in quel quartiere un tempo periferico – da dove era partito con una carrozzeria ed era finito collezionando Mercedes e Ferrari – era un pregiudicato di calibro.Non era Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra, trapiantato a Roma nel 1970, ma neppure “er canaro”, al secolo Pietro De Negri, spacciatore, che esattamente 20 anni fa torturò e uccise il piccolo boss della Magliana Giancarlo Ricci.L’omicidio di Morzilli, a distanza di circa due mesi, è però chiaro nella testa del procuratore antimafia Luigi De Ficchy, che ha subito parlato di agguato mafioso maturato in un ambiente sempre più inquinato dalla criminalità. Un ambiente che, grazie alla mala-politica e alla massoneria deviata fa affari, come ai "bei" tempi della P2. Sabbia e calcestruzzoIl cemento era l’ingrediente preferito da Morzilli, un tempo remoto accostato al cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, e nel 2003 arrestato proprio con i figli di Nicoletti, Toni e Massimo, per estorsione e condannato in primo grado a tre anni. L’arresto pone fine alla vita della Toro 91, l’immobiliare detenuta al 50% con la moglie Santa Tota, che faceva affari milionari con l’immobiliarista romano Danilo Coppola sull’asse Roma-Perugia. Il cemento continua a essere nel dna della figlia, Nancy, che con la madre è socia della Apple immobiliare.Sabbia e calcestruzzo sono il nuovo impasto della mafia “de noantri”, della crimiminalità casereccia allevata a pecorino e cicoria ma svezzata dal latte di Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta in ogni sua mutazione genetica: dalla Capitale a Civitavecchia, da Latina a Frisinone, dall’interno costa al litorale.Riciclare con il mattone è facile e se si domanda agli investigatori quanti finti business-man ci siano in giro a Roma e nel Lazio rispondono tutti allo stesso modo: «tanti, mi creda, riciclano ed esportano capitali in tutto il mondo, a partire dai paradisi fiscali». Su quegli immobiliaristi-affaristi spregiudicati le Procure e gli investigatori stanno indagando anche se, comprensibilmente, mantengono il massimo riserbo.Non c’è più dubbio che la mafia a Roma e nel Lazio è diventata maggiorenne sotto la spinta della mala-politica e di boss come Calò e dell’italo-americano Frank "tre dita" Coppola (di casa a Pomezia) e grazie a una specializzazione che non ha eguali in Italia: l’usura. Il cravattaro è diventato un criminale adulto e oggi, giacca e valigetta, fa la spola tra Roma, Piazza Affari a Milano, Reggio Calabria e Palermo o si imbarca su un volo aereo per Bogotà a trattare il prezzo della coca. Il traffico degli stupefacenti rende – eccome – e assicura facili reinvestimenti in attività apparentemente lecite. «Una delle nostre maggiori difficoltà – afferma il colonnello della Gdf Salvatore Gibilaro, a capo dello Scico, il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata, a cui si devono molte operazioni di successo, sequestri e confische – è proprio quella di rincorrere i continui e spesso oscuri passaggi societari». Qualche dato può agevolare la lettura dell’emergenza criminalità a Roma e nella regione: in un anno (giugno 2006/luglio 2007) la Direzione distrettuale antimafia (Dda) ha aperto 143 fascicoli: meno delle Procure del Sud ma più di Milano, storicamente infiltrata dalle mafie. Capitale terreno di conquistaRoma è talmente grande che c’è posto per tutti. In principio fu Cosa Nostra di cui oggi ci sono tracce sempre più labili. A tenere alta la bandiera sono rimasti soprattutto le famiglie Rinzivillo e Cannizzaro, legate al boss catanese Nitto Santapaola. Avendo meno acqua in cui nuotare si sono buttati sugli appalti ma, prima ancora, addirittura nella progettazione dei lavori. Alcune inchieste della magistratura stanno puntando, a monte, sulle talpe nelle amministrazioni pubbliche e, a valle, sui subappalti, sulla fornitura di materiali, sul noleggio di automezzi e sulla cessione di parte di lavori pubblici. Roma sì, ma anche Ostia e il litorale romano, dove le famiglie mafiose fanno a gara per farsi affidare spiagge e lotti, senza badare a atti intimidatori, come quelli verificatisi negli scorsi anni a danno di stabilimenti balneari, cooperative sociali e amministratori pubblici che avevano indetto bandi di gara.La camorra ha messo ormai radici nella capitale. La polemica di alcuni mesi fa della segretaria dei Radicali, Rita Bernardini, sul riciclaggio dei Casalesi nelle attività commerciali intorno ai Palazzi del potere, non è una boutade ma – piaccia o meno al nuovo Parlamento che sta per nascere – la pura realtà: esercizi pubblici, ristoranti, bar passano di mano rapidamente nel giro di pochi mesi anche decine di volte. Una girandola di prestanomi e società fantasma, dietro le quali ci sono loro: i campani, a partire dai Casalesi. Ma la camorra a Roma e nel litorale controlla anche case da gioco clandestine, sale bingo, l’installazione dei videopoker negli esercizi pubblici e privati, la gestione delle scommesse illegali sul calcio e sulle corse ippiche negli ippodromi e nelle sale corse.Spazio a volontà per tutti e allora via libera anche alla ’ndrangheta, la più temuta perché ha capitali spaventosi da reinvestire. E lo fa senza ritegno: nel settore immobiliare, in quello alberghiero, nella ristorazione e nel traffico degli stupefacenti il cui smercio delega spesso ai clan della camorra. Provincia sotto assedioLa presa di Roma va di pari passo con l’avanzata in provincia. Grandi centri come Nettuno – sciolto per infiltrazioni della cosca calabrese Gallace a fine 2005 e nei cui pressi, ancora pochi mesi fa sono stati arrestati 28 uomini della ’ndrangheta e sequestrati beni per milioni – e meno grandi come Anzio, Ardea, sottoposta ad una speculazione edilizia selvaggia guidata ancora dalla cosca dei Gallace. Sotto il giogo delle mafie anche centri come Albano (non lontana dalla capitale), Lanuvio, Ladispoli, Velletri, Pomezia e Civitavecchia, dove detta legge il clan camorristico Gallo-Cavalieri di Torre Annunziata. Quel che preoccupa di più è proprio il comune di Civitavecchia, centro di imponenti opere pubbliche: dalla riconversione della centrale termoelettrica dell’Enel al porto, da anni nel mirino di cosche e clan per i cospicui traffici illegali che garantisce (a partire dalla coca). Sotto gli occhi di amministratori e politici che spesso si girano dall’altra parte per non guardare: per paura o collusione. FONDI Arance e pomodori digesti alle mafie e indigesti alla parte onesta della città di Fondi. Il mercato ortofrutticolo (Mof) della città alle porte di Latina, di cui la Regione è il maggior azionista, con i suoi 335 ettari contende a Milano il primato in Italia. Da anni (come del resto il "gemello" lombardo) è un boccone prelibato per camorra e ’ndrangheta.Luigi De Ficchy, della Direzione nazionale antimafia (Dna) lo ha scritto nero su bianco. «Le attività del mercato – si legge nella relazione di dicembre 2007 – rappresentano continue occasioni di arricchimento per la criminalità organizzata, per la forte influenza dei potenti clan camorristici e della ’ndrangheta. È stata riscontrata la costituzione di cartelli che gestiscono e controllano in maniera monopolistica e mafiosa le rotte della commercializzazione dei prodotti verso varie zone d’Italia».Più chiaro di così si muore anche se il presidente del Mof, Giuseppe La Rocca, nell’home page del sito (www.mof.it), a nome degli operatori, scrive che il centro agroalimentare – che ospita 120 aziende grossiste con punto vendita, fa entrare oltre 600mila veicoli all’anno, in gran parte Tir e vanta un fatturato a fine 2006 di 4,3 milioni – non è "servo" della ’ndrangheta e ricorda che il Mof è sempre stato in prima linea nel denunciare le "mele" marce.Sarà ma a sentire Antonio Turri, responsabile di Libera Lazio, le indagini nel passato hanno scoperchiato gli interessi dei clan e delle cosche non solo o non tanto nelle licenze dei banchi, quanto nel trasporto e nella successiva commercializzazione dei prodotti. «Chi si ostina a ritenere questo centro agroalimentare immune da pressioni - dichiara - se la cava dicendo che ora operano i figli o i nipoti dei mafiosi. È un discorso che non regge perchè quella che è sporca è spesso l’origine dei capitali».Presto, comunque, se ne saprà di più perchè le indagini in corso sono diverse e lo stesso Comune di Fondi riceve in questi giorni l’accesso agli atti amministrativi di una Commissione insediata l’11 febbraio da un uomo di Stato rigoroso: il prefetto Bruno Frattasi, che sta valutando il grado di infiltrazione della criminalità organizzata negli uffici e nell’amministrazione. Gli sviluppi si annunciano importanti e il commissariamento appare a molti scontato. In verità, l’aria che tira è di un terremoto che coinvolgerà – per voto di scambio – amministratori locali, politici nazionali e parlamentari dell’intera provincia di Latina, dove ormai gli incendi, gli attentati, gli arresti e le estorsioni si susseguono come e più che in Sicilia. La scorsa settimana tra Aprilia e il litorale romano c’è stata una retata – l’ennesima – che ha portato in carcere decine di estorsori legati, neppure a dirlo, alla criminalità organizzata. Ad esporsi è ancora Turri. «Quello che in questa regione non si vuole capire – spiega – e che non riconoscono neppure gli investigatori, impegnati come sono a smantellare giorno dopo giorno i sodalizi criminali senza guardare alla provenienza geografica, è che ormai qui opera una mafia autonoma, dove può capitare di trovare a braccetto camorristi e ’ndranghetisti che fanno affari senza doverne necessariamente dare conto ai padrini di origine».Autonomi o no, i mafiosi qui trovano l’occasione per un business dietro l’altro. E’ del 6 dicembre 2006 un’interrogazione scritta al ministro dell’Ambiente dell’allora deputato dei Verdi Angelo Bonelli, sulle mire della criminalità nei lavori di ampliamento nel Porto di San Felice Circeo (Latina) e, in particolare, sulla presenza di un’impresa legata in passato anche alla banda romana della Magliana (ancora lei). La risposta non è mai arrivata. LAZIO Inseguimento, affiancamento tra auto e colpi di kalashnikov che hanno colpito, il 29 marzo, anche un contadino ignaro che sulla via Cassia – tra Borgo Carso e Cisterna – si stava consumando un regolamento di conti tra clan.Non era il primo e non sarà l’ultimo nella provincia di Latina, ormai la terza provincia in mano ai clan campani, dopo Napoli e Caserta. «L’agguato di stampo mafioso – ha commentato Luisa Laurelli, presidente della Commissione lotta alla criminalità del Consiglio regionale del Lazio – rappresenta l’ennesima testimonianza dell’azione della criminalità a cavallo del territorio tra Aprilia, Cisterna, Anzio e Nettuno».Si consoli Laurelli: nel Lazio non esiste più una sola zona affrancata dal giogo della criminalità. I gruppi mafiosi organizzati sono almeno 50 (di cui 31 calabresi, si veda la cartina) e secondo un’analisi (per difetto) di Libera Lazio (l’associazione fondata da don Luigi Ciotti) sono 48 su 378 (cioè il 13%) i Comuni finiti nella mappa dell’illegalità riconducibile alle mafie (dal riciclaggio all’usura, dal traffico di droga agli appalti). Nel Lazio 6mila commercianti (il 10%) pagano il pizzo e nell’usura (dominata dalle mafie) sono coinvolti 23.200 commercianti (il 29% del totale) secondo le stime di Confesercenti, per un giro economico di circa 2 miliardi (sono le percentuali più alte in Italia). In questa regione, a fine 2007, sono stati confiscati 336 beni immobili sul totale di 7.700 beni confiscati in tutta Italia e sono state confiscate 94 aziende (in Italia 801).Rieti è una provincia dove – come commenta Luigi De Ficchy nella relazione consegnata alla Direzione nazionale antimafia a dicembre 2007 – operano silenziosamente uomini della ’ndrangheta e Cosa nostra. A Montopoli di Sabina a fine 2006 sono stati arrestati tre mafiosi per tentata estorsione a un agriturismo e nella provincia, a metà 2007, sono stati arrestati due uomini per traffico di droga.A Viterbo e provincia si ripetono episodi inquietanti, come l’incendio doloso nel capoluogo di un distributore di carburanti, già sottoposto a sequestro preventivo da parte del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Nella Bassa Tuscia i rapporti tra la criminalità Rom e quella esogena importata da Sicilia e Calabria sono sempre più forti.Se ci si sposta a Frosinone e provincia cambia poco. Qui, scrive sempre De Ficchy, le mafie operano nel settore degli appalti e nel commercio. «I gruppi criminali campani – spiega – utilizzano imprese e società all’apparenza pulite e con sede in provincia, per partecipare ad appalti pubblici e acquisire finanziamenti da parte dello Stato». Ingenti, inoltre, gli investimenti immobiliari sospetti, attraverso l’acquisto di alberghi nella zona di Fiuggi. Anche in quest’area presenza asfissiante delle famiglie Rom nelle aste, collegate a eseucuzioni immobiliari, che servono a riciclare i proventi.Il circondario di Cassino soffre ancora di più lo strapotere del clan, in particolare dei Casalesi. Non è dunque un caso che nel luglio 2006 il Tribunale di Napoli abbia emesso una serie di ordinanze nei confronti del clan Venosa di Casal di Principe, dedito nel cassinate a estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti di origine casertana. Non è un caso neppure l’arresto, esattamente un anno fa a Cassino, di Nicola Del Villano, ricercato per associazione mafiosa ed estorsione, ritenuto il principale collaboratore del boss camorrista Michele Zagaria.

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